
di Enrico Santi e Pino Cabras.
Di fronte alla strage alla Camera del Lavoro di Odessa del 2 maggio 2014 la comunità internazionale – che (non) ha visto le cose attraverso gli occhi chiusi dei media occidentali – si è girata da un’altra parte. L’ONU, come vedremo, ha avuto gravi responsabilità. La mancanza di un’inchiesta penale e giornalistica sul lato occidentale ha favorito l’impunità, e su questa impunità prospera il clima cupo che di nuovo investe Odessa, anche oggi, otto mesi dopo il pogrom. Kiev, infatti, inaugura il 2015 inviando i carri armati della Guardia Nazionale in questa città cruciale per gli equilibri ucraini (e forse europei). Per essere un Paese che aspira all’Europa, l’Ucraina di oggi sembra semmai una dittatura dell’America Latina degli anni settanta, pronta a terrorizzare la popolazione con un uso indiscriminato delle forze armate.
Abbiamo raccontato la strage di maggio scorso con testi, immagini e testimonianze in molti articoli e servizi televisivi.
I materiali per ricostruire i fatti – e individuare colpevoli e vittime – non mancano di certo. Eppure le remore contro la verità hanno bloccato da subito alcune sedi decisive, che avrebbero potuto agire altrimenti.
Uno sfregio ai martiri di Odessa uccisi dentro il Palazzo dei sindacati. Così si può definire la narrazione e ricostruzione storica del pogrom, contenuta in una relazione (“Rapporto sulla situazione dei diritti umani in Ucraina“) del 15 giugno 2014, a cura dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, l’agenzia a quel tempo presieduta dalla sudafricana Navi Pillay.
In sostanza, secondo la relazione ci sarebbe stato un improvvisato scontro armato fra due gruppi di diverso orientamento politico, entrambi muniti di bottiglie molotov e armi da sparo: da una parte i sostenitori di “Ucraina Unita” (fra i quali anche i tifosi delle squadre di calcio Metallist e Chernomorets e gli estremisti di Settore Destro), dall’altra i pro-federalisti, anti-Maidan, che poi sarebbero morti dentro il Palazzo dei sindacati.
Prima della partita di calcio era stato programmato un raduno dei sostenitori di “Ucraina Unita” verso le ore 15:00. Ma ecco come tutto avrebbe avuto inizio, e per colpa di chi. Alle ore 15:15 i pro-federalisti di Odesskaya Drujina, armati di caschi, scudi, maschere, asce, bastoni di legno o metallo e armi da fuoco, avrebbero iniziato a provocare i partecipanti di quell’adunanza. Ne sarebbero scaturiti disordini durati alcune ore.
Verso le ore 18:00-18.30 i pro-federalisti, informati che l’altro gruppo (composto appunto dai sostenitori di “Ucraina unita”) si sarebbe diretto in massa verso di loro (nella piazza dove avevano creato un piccolo accampamento di tende), si sarebbero rifugiati dentro la Casa dei sindacati. Verso le ore 19.30 ci sarebbe stato uno scontro a distanza fra i due gruppi (i pro-federalisti all’interno del Palazzo e gli antagonisti fuori nella piazza prospicente), con reciproco lancio di molotov e spari di arma da fuoco. Successivamente, dentro il Palazzo sarebbe scoppiato un incendio, di cui non si conoscono le cause (!). In totale sarebbero morte 42 persone, delle quali 32 dentro l’edificio (come?) e 10 lanciandosi dalle finestre.
Quindi, riassumendo, a parte soltanto due annotazioni degne di rilevanza (cioè gli interminabili 40 minuti impiegati dai vigili del fuoco per percorrere gli appena 650 metri che separano la loro sede dalla Casa dei sindacati e la considerazione sui poliziotti che, pur presenti sul posto, non sarebbero intervenuti perché non avevano ricevuto l’ordine di farlo…), la ricostruzione dei fatti è clamorosamente omissiva in alcune parti e assolutamente scandalosa in altre.
Questo nonostante che la relazione si stata redatta 44 giorni dopo l’evento, quindi con un margine di tempo sufficiente per acquisire e raccogliere notizie, prove, testimonianze, che sarebbero state disponibili perfino da fonti “aperte” come le immagini e inchieste diffuse dalle televisioni non allineate al mainstream occidentale (che invece sono state ignorate).
Dunque, secondo l’agenzia dell’ONU, i pro-federalisti, uccisi dentro l’edificio:
- si erano preparati alla guerriglia, portando e indossando strumenti di difesa e offesa;
- hanno dato il via agli scontri lanciando provocazioni verso un’adunanza pubblica, cui partecipavano anche gli estremisti di Pravy Sektor;
- rifugiatisi dentro la Casa dei sindacati, hanno sparato e lanciato molotov;
- 42 (solo 42?) sarebbero morti, ma per 32 di questi non ne viene specificata la causa, facendo semplicemente cenno a un incendio che sarebbe scoppiato dentro l’edificio.
Il rapporto è un insulto alla verità. Un insulto al sacrificio e martirio di inermi cittadini. Come è stato invece ampiamente dimostrato, quasi tutti i cadaveri ritrovati sono stati uccisi uno ad uno, con arma da fuoco e/o bruciati individualmente. Il che basta ad aprire uno scenario estremamente diverso da quello accennato dai compilatori dell’agenzia ONU. È la differenza che passa tra incidente e pogrom, tra derby di ultras e strage.
Queste omissioni non vanno trascurate, né lette come un circoscritto episodio di cronaca nera politica: hanno conseguenze enormi, di lungo periodo. Perciò è importante osservare come la questione venga trattata in casa ONU.
È già accaduto che la gestione di Navi Pillay dell’Alto Commissario per i diritti umani sia stata criticata in base a una valanga di prove per aver appoggiato – nelle pieghe delle sue relazioni sui diritti umani – la versione NATO sugli eventi di guerra più recenti. In Libia la guerra è stata interamente costruita dal punto di vista dei pretesti giuridici sulla “responsabilità di proteggere la popolazione civile” dall’ennesimo Hitler di turno. E Pillay era co-autrice della narrazione che descriveva come necessario un «intervento umanitario» contro Gheddafi. Il 25 febbraio 2011 offrì a Ginevra una tribuna a molte organizzazioni non governative sui diritti umani (tutte attratte nell’orbita del Dipartimento di Stato USA), attraverso una riunione d’emergenza sulla Libia del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Fu uno degli elementi che costruirono in fretta e furia il “clima” per la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza del successivo 17 marzo, che venne immediatamente piegata e stravolta ai fini di un intervento militare massiccio per un cambio di regime: cioè un’orribile guerra che ha trasformato la Libia in uno Stato fallito, percorso da orde di tagliagole. Sono seguiti – in questi anni – i comunicati della Pillay sul decadimento dei diritti civili in Libia. Pure lacrime di coccodrillo.
Per la Siria Navi Pillay è arrivata ad attribuire ad Assad – un altro politico ‘hitlerizzato’ dall’Occidente – la responsabilità di tutti i morti del carnaio siriano, intanto che venivano ignorate le orde di mercenari e fanatici che poi, strage dopo strage, avrebbero pavimentato la strada per l’ISIS. Nel 2012, un massacro compiuto a Houla, venne attribuito dagli jihadisti agli uomini di Assad. L’Occidente volle crederci. Le TV russe dimostrarono che invece la strage era opera degli jihadisti. Pillay, immancabilmente, fece rapporto sui capi d’accusa a carico delle autorità siriane e chiese che il dossier contro di loro venisse trasmesso alla Corte penale internazionale. Poi, in occasione dell’orribile strage con armi chimiche di Ghouta, nella cintura di Damasco, il 21 agosto 2013 – lo direste? – Navi Pillay pronunciò poche parole pilatesche, che lasciavano campo libero alle false accuse contro Assad. False narrazioni come questa hanno portato il mondo sulla soglia di una catastrofe bellica nell’estate del 2013. E l’ISIS è un’altra lacrima di coccodrillo, anzi, tutta un’immensa valle di lacrime e sangue, che rivela il fallimento e la strumentalità della gestione dei dossier sui diritti umani nelle stanze dell’ONU. Stanze così permeabili all’agenda di Washington e così travagliate per il campo dei paesi non alleati con gli USA. Dall’8 settembre 2014, il nuovo Alto commissario ONU per i diritti umani al posto della Pillay è il principe giordano Zeid Ra’ad Zeid Al-Hussein, una carriera quasi interamente spesa tra università anglosassoni e ruoli diplomatici ricoperti in America. Il suo discorso d’esordio, naturalmente, è stato sul pericolo ISIS.
Il dossier ucraino rivela gli stessi problemi e gli stessi silenzi che hanno portato ai disastri libici, siriani e iracheni. Qualcuno dovrà capire che è meglio sapere in tempo la verità. Al momento, c’è ben poca verità nelle carte ONU. E l’assenza di verità è un’arma di guerra.
http://www.informarexresistere.fr/
Fonte: Megachip
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