Asia, la grande sete


Un campo di riso colpito dalla siccità nel distretto di Phu Lungo, provincia di Soc Trang, Delta del Mekong, Vietnam, marzo 2016. Il Vietnam sta soffrendo la peggiore siccità da quasi un secolo. La situazione è particolarmente drammatica nella regione del delta del Mekong. Fotografia STR/ AFP/Getty Images

Sovrappopolazione, inquinamento, cambiamento climatico e grandi dighe: dalla Cina all’India i fiumi e le falde acquifere del continente asiatico sono allo stremo. Con conseguenze esplosive su scala globale

Decine di chiatte riposano sonnolente sotto il sole, incagliate sul fondale del Bhagirathi, uno dei principali rami del Gange. Per la prima volta dalla sua costruzione nel 1986, a marzo le turbine della grande centrale di Farakka sono rimaste immobili per oltre dieci giorni, paralizzando lo stato indiano del Bengala occidentale. L’alveo è meta delle scorribande di bambini che lo esplorano, colonizzando le nuove isole che giorno dopo giorno emergono dalle acque.

Per due anni di seguito i monsoni estivi non hanno scaricato sulla regione indiana la pioggia necessaria per ricaricare le falde acquifere: secondo il rapporto annuale della commissione idrica nazionale (CWC), alla fine del 2015 i volumi di acqua stoccati nel sottosuolo erano appena il 29% della capacità totale. In attesa delle piogge di giugno, sono migliaia i villaggi in tutto il paese riforniti di acqua potabile solamente tramite autocisterne. Le amministrazioni cercano di razionalizzare e disciplinare il consumo ma non possono che confidare nell’arrivo anticipato delle perturbazioni: l’acqua è poca mentre la sete rimane tanta.

In alcune regioni dell’Orissa i contadini hanno abbattuto gli argini dei fiumi per cercare di salvare le coltivazioni mentre nel Maharashtra il governo ha interrotto l’approvvigionamento delle piscine pubbliche ed emesso un’ordinanza che vieta il raduno di più di cinque persone nei pressi dei serbatoi.
Lungo i 2500 chilometri che separano le vette himalayane dal golfo del Bengala, il Gange bagna le colture e disseta 330 milioni di cittadini indiani; la crescente richiesta idrica sta seminando nel bacino una miriade di nuovi piccoli pozzi che spremono ininterrottamente la falda acquifera, già inquinata da arsenico e fluoruri.
La crisi idrica acutizza inoltre la tensione politica sia all’interno del paese – è scontro tra gli stati del Punjab e dell’Haryana per la proprietà dei corpi d’acqua a confine – sia con il vicino Bangladesh sulla gestione condivisa del Gange e del Brahmaputra.

Secondo alcuni analisti, da queste premesse potrebbe svilupparsi nelle prossime settimane la più grave crisi idrica nella storia dell’India. Il cambiamento climatico è solo una delle parti in gioco: secondo un recente studio guidato dall’ingegnere biofisico Charles Fant del MIT di Boston, pubblicato sulla rivista PLOS One, entro il 2050 l’incremento demografico e l’industrializzazione aggraveranno drammaticamente la disponibilità di acqua nel continente asiatico.

Impoverimento e inquinamento delle falde sono già argomento di dibattito in Cina. Se le grandi città sono allacciate a acquedotti che pescano da acquiferi profondi o da acque superficiali trattate efficientemente prima della distribuzione, nelle campagne la situazione è radicalmente diversa.
Uno studio del ministero delle risorse idriche condotto in gennaio su 2.103 pozzi delle regioni orientali ha evidenziato che nell’80% dei campionamenti l’acqua non era adatta al consumo umano. Quasi la metà dei pozzi risultava inutilizzabile persino per gli usi agricoli e industriali. Anche i grandi laghi del paese sono fortemente inquinati a causa dei fertilizzanti usati nelle colture e dai fluidi che escono dalle discariche dei rifiuti industriali non trattati.

Il paese maggiormente colpito dalla crisi idrica è tuttavia il Vietnam. Il paese, già privo di buona parte della acque del fiume Mekong, trattenute dalle dighe costruite nell’alto corso del fiume dalla Cina, è piagato dall’eccezionale intensità del Niño di quest’anno.
Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, a metà marzo un milione di persone nelle regioni meridionali del paese non avevano accesso all’acqua potabile, mentre le persone colpite indirettamente dalla siccità erano quasi 10 milioni. Confrontando la portata del Mekong in marzo tra i diversi anni, quella del 2016 è risultata la più bassa mai registrata nell’ultimo secolo.
La diminuzione dei volumi di acqua dolce garantiti dal grande fiume ha provocato una massiccia intrusione di acque salmastre nei suoli del delta, annientando 159 mila ettari di risaie e minacciandone altri 500 mila che potrebbero essere salvati solo dall’arrivo dei monsoni.
Per mitigare la siccità del Vietnam, in aprile la Cina si è impegnata a rilasciare parte delle acque del Mekong trattenute dalla colossale diga di Jinghong , senza per questo rinunciare alla costruzione di undici nuovi sbarramenti che sono già in cantiere. Vista da Hanoi, la grande crisi idrica ipotizzata dai ricercatori del MIT sembra molto più vicina del 2050.

http://www.nationalgeographic.it/

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