Un milione di specie a rischio di estinzione


Oranghi del Borneo ritratti da Joel Sartore nello zoo di Houston. La piccola Aurora con la madre adottiva Cheyenne. La deforestazione e il bracconaggio hanno reso orfani centinaia di cuccioli nel Borneo
Fotografia di Joel Sartore

Lo ribadiscono le Nazioni Unite in un rapporto su scala globale senza precedenti. Se non proteggiamo il pianeta adesso, potrebbe essere troppo tardi anche per la nostra specie

Le reti che tengono insieme la natura rischiano di sgretolarsi a causa della deforestazione, la sovrapesca, lo sviluppo intensivo e altre attività umane: è l’avvertimento di un nuovo rapporto delle Nazioni Unite. A causa della pressione umana, un milione di specie potrebbe estinguersi nei prossimi anni, con conseguenze serie per noi e per il resto della vita sul pianeta. “Le prove sono palesi: la natura è in pericolo. Perciò lo siamo anche noi”, dice Sandra Díaz, co-direttrice del Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services. Il 6 maggio a Parigi è stato rilasciato il “Riassunto per Policy Makers”, un documento di 40 pagine che anticipa il report completo (che si pensa supererà le 1.500 pagine).

Questo report globale è basato sulla revisione di 15.000 fonti scientifiche e governative ed è stato compilato da 145 autori esperti provenienti da 50 paesi. È il primo che in 15 anni ha valutato lo stato di tutta la biodiversità del pianeta. Per la prima volta, il report include conoscenze indigene e locali oltre agli studi scientifici. Gli autori dicono di aver trovato prove schiaccianti che mostrano come le attività umane siano dietro al declino della natura. I fattori principali sono la conversione del territorio, compresa la deforestazione; la sovrapesca; la caccia per la bush meat e il bracconaggio; i cambiamenti climatici; l’inquinamento e le specie aliene invasive.

L’enorme varietà delle specie viventi - almeno 8.7 milioni, ma è possibile siano molte di più - che costituiscono la nostra “rete di salvataggio” ci fornisce cibo, acqua pulita, aria, energia e molto altro, dice Díaz, ecologa alla National University of Cordoba in Argentina. “Non solo la nostra rete di salvataggio sta colando a picco, si sta logorando e cominciano ad apparire dei buchi”.

Un mondo di slime?

In alcune parti dell’oceano, non resta molta vita a parte della melma verde. Alcune foreste tropicali sono pressoché silenziose perché gli insetti sono scomparsi e le praterie stanno trasformandosi in deserti. L’attività umana ha alterato in modi gravi oltre il 75% delle terre emerse, dice il report. E il 66% degli oceani, che coprono gran parte del pianeta, ha sofferto moltissimo l’impatto umano. Questo include l’aver provocato oltre 400 zone morte - dove pochissima vita può sopravvivere - che coprono un’area grande come l’Oregon o il Wyoming [oltre 250.000 chilometri quadrati, ndt].

Il nuovo report mostra uno “scenario drammatico” della salute degli ecosistemi che si sta deteriorando, commenta Sir Robert Watson, direttore della Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES), che ha condotto la valutazione globale. L’IPBES viene spesso descritto come l’equivalente dell’Intergovernmental Panel for Climate Change (IPCC) per la biodiversità e si occupa di valutazioni scientifiche sullo status della vita non-umana che costituisce il sistema di supporto del pianeta.

“Stiamo erodendo le fondamenta delle nostre economie, di ciò che ci dà lavoro, della sicurezza alimentare, della salute e della qualità di vita in tutto il mondo”, ha dichiarato Watson. “La mia più grande preoccupazione è la condizione degli oceani”, racconta ora a National Geographic. “La plastica, le zone morte, la sovrapesca, l’acidificazione… stiamo devastando gli oceani, alla grande”.

Salvare più specie

Per proteggere la natura e salvare le specie bisogna garantire la sicurezza del territorio e dell’acqua dei quali piante e animali hanno bisogno per sopravvivere, dice Jonathan Baillie, vice presidente esecutivo e scienziato capo della National Geographic Society. Tutelare metà del pianeta entro il 2050, con un target intermedio del 30% al 2030, è l’unico modo per raggiungere gli obiettivi climatici stabiliti a Parigi o gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, prosegue Baillie.
Foreste, oceani e altre aree naturali assorbono il 60% delle emissioni globali di combustibili fossili ogni anno, dice il report. “Dobbiamo conservare la biosfera per tutelare il clima e aiutare così noi stessi di fronte agli eventi meteo estremi”.

Le barriere coralline e le mangrovie proteggono le aree costiere da tempeste e uragani. Le aree umide riducono la portata delle inondazioni assorbendo le piogge più intense. Eppure ognuno di questi ecosistemi ha subito un drammatico declino, con le zone umide ridotte al 15% di ciò che erano 300 anni fa e le barriere coralline che affrontano una crisi di sbiancamento su tutto il pianeta.

Sono circa 100 i gruppi in tutto il mondo (compresi la National Geographic Society e la Wyss Campaign for Nature) ad aver appoggiato l’obiettivo di proteggere metà del pianeta entro il 2050. Di recente, 19 degli scienziati più noti a livello mondiale hanno pubblicato uno studio per stabilire un piano provvisorio e scientificamente solido, che stabilisce un primo obiettivo al 2030 (proteggere almeno il 30% del pianeta) nell’ambito del Global Deal for Nature. Il piano proposto non prevede aree “completamente vietate”, ma aree protette dall’estrazione di risorse e dalla conversione del territorio. A parte le zone più sensibili, si legge, in tutte sarà permesso un utilizzo sostenibile.

“La comunità internazionale ha il tempo e gli strumenti per tutelare la natura e rallentare l’estinzione di fauna selvatica in corso”, dice in un comunicato Brian O’Donnell, direttore della Wyss Campaign for Nature. La National Geographic Society e la Wyss Campaign for Nature stanno lavorando insieme per promuovere la tutela del 30% del pianeta entro il 2030.

Di questo si è parlato durante la settimana di negoziazioni dei paesi membri di IPBES, che hanno discusso i messaggi chiave e le opzioni di policy da pubblicare nel “Riassunto per i policy makers”. Il report completo verrà pubblicato nel corso del 2019. “Il messaggio principale del report è che serve un cambiamento drastico al più presto. Non ci sono altre opzioni”, dice David Obura, biologo marino del Coastal Oceans Research and Development – Indian Ocean di Mombasa, in Kenya. “Per salvare i coralli resta pochissimo tempo. E se possiamo salvare i coralli, possiamo salvare tutto”.

Diamo valore alla natura, non alle cose

Per riuscire ad avere un pianeta in salute, la società deve spostarsi dall’obiettivo unico di rincorrere la crescita economica, conclude il report. Non sarà facile, aggiunge. Ma potrebbe diventare più semplice se i paesi iniziassero a fondare le proprie economie sulla comprensione della natura come fondamenta dello sviluppo. Spostarsi verso una pianificazione basata sulla natura può fornire una qualità della vita migliore con un impatto molto ridotto.

In termini pratici, dice il report, bisogna riformare centinaia di miliardi di dollari in sussidi e incentivi che attualmente vanno a energia, pesca, agricoltura e selvicoltura. Invece di promuovere un ulteriore sfruttamento delle risorse naturali, quel denaro andrebbe indirizzato a incentivare tutela e ripristino della natura, designando nuove riserve o avviando programmi di riforestazione. “Dobbiamo iniziare a dare valore a cose diverse: la natura, gli ecosistemi, l’equità sociale, non solo aumentare il PIL”, dice Obura.

Le altre evidenze raccolte da IPBES mostrano che la natura gestita dalle persone indigene e dalle comunità locali è, generalmente, in condizioni migliori di quella gestita da istituzioni nazionali o aziendali. E questo nonostante le pressioni sempre più intense, dice Joji Cariño, senior policy advisor del Forest Peoples Programme, un’organizzazione che si occupa di diritti umani. Le persone indigene possiedono, gestiscono, usano o occupano almeno un quarto delle terre emerse del pianeta. Eppure, l’ordinamento fondiario e altri diritti non vengono sempre protetti o riconosciuti da tutti i paesi. Così come non lo è la loro profonda conoscenza di quel territorio, o i loro valori che non vengono inclusi nelle policy e nelle decisioni dei governi. Questo deve cambiare, dice il Global Assessment.

“Le persone indigene sono partner fondamentali nella trasformazione globale di cui abbiamo bisogno”, dice Cariño. Eppure i paesi ancora stentano a riconoscerlo, aggiunge. Le Filippine sono un esempio: quarant’anni fa, gli indigeni locali sono riusciti a interrompere la costruzione di dighe sul fiume Chico perché erano preoccupati dall’impatto sul territorio. Eppure quelle conservadighe oggi le sta costruendo la Cina, nell’ambito del progetto multi-miliardario Belt and Road.

La Cina ha un ruolo importante nelle discussioni globali sulla biodiversità, poiché a fine 2020 ospiterà una cruciale conferenza delle Nazioni Unite chiamata UN Convention on Biological Diversity. Gli scienziati sperano che ne scaturisca un nuovo e ambizioso concordato internazionale per proteggere il pianeta, come è successo a Parigi per il clima. Díaz non sa se ne emergerà qualcosa di così importante come tutelare il 30% del pianeta entro il 2030. “Se fosse facile, sarebbe già successo. Ma le evidenze sono chiare: il futuro non sarà positivo per noi se non agiamo ora. Senza natura, per noi il futuro non c’è”.

About tricasandu

Mondo Tempo Reale è il blog che dal 2010 vi racconta le notizie più incredibili, strane, curiose e divertenti: fatti imbarazzanti, ladri imbranati, prodotti assurdi, ricerche scientifiche decisamente insolite.
{[['']]}
    Blogger Comment
    Facebook Comment

0 commenti:

Posta un commento