Frida Kahlo e la Reincarnazione


Di lei è stato detto e scritto tutto, o quasi. Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderón – in arte Frida Kahlo – è una delle figure più emblematiche del panorama artistico internazionale perché la sua figura si è letteralmente trasfigurata nell’arte restituendo alla musa ispiratrice un senso di necessità persino “crudele”. Con esiti spiazzanti. 


Di fronte ai suoi quadri si prova nelle migliore delle ipotesi inquietudine, smarrimento, a volte angoscia, sgomento, perdizione. Si rimane nemmeno troppo vagamente ipnotizzati con la sottile percezione che quei dipinti gravitino nel limbo controcorrente della sospensione dei mondi, volteggino come un ponte tibetano sospeso nel vuoto, tra la dimensione dell’aldilà e quella dell’aldiquà, tra la più pesante delle esistenze terrene e il più aggraziato volo dall’andatura celestiale di un’anima dal destino segnato. 

Hillman lo chiamerebbe daimon e come dargli torto? Quella vocazione per la quale si nasce a volte usa i più tortuosi trabocchetti per ricordarci chi siamo (a proposito di questo leggi anche: Dall’ipnosi materialistica al sogno creativo: il cammino del “fare anima”).

Come sarebbe stata la vita di Frida Kahlo senza il suo doppio incidente (l’autobus il primo, l’incontro con Diego Rivera il secondo – come lei stessa ha confessato nei suoi diari)? Sarebbe diventata forse una fotografa seguendo le orme del padre (ma non le sue) e non avrebbe iniziato a dipingere perché l’immobilità a cui i lunghi periodi di degenza la costrinsero, le furono palesemente complici in questo. 

Forzata a letto per tempi insopportabili a qualsiasi corpo abbia ancora un respiro di vita, si fece mettere uno specchio sul soffitto e così inizio a produrre i suoi ritratti, prendendo sempre più confidenza con la persona con cui era obbligata a passare la maggior parte del tempo: se stessa.

Tutti passiamo con noi stessi la maggior parte del tempo, ma non ce ne rendiamo conto quasi mai, non ne siamo consapevoli e spesso protraiamo il nostro sogno ad occhi aperti convinti che siamo realmente svegli. 

Ci identifichiamo con tutto ciò che ci ruota intorno e questo turbinio lo chiamiamo vita. Frida non ha mai smesso di avere gli occhi puntati sulla “vera” vita e, lungi dal cercare nella pittura un’evasione, in essa sfidava il sogno dell’incoscienza con il coraggio di una guerriera (come era anche in politica, del resto, iscritta al partito comunista messicano), di una combattente con una mano alzata a pugno chiuso e l’altra a cogliere i significati più reconditi dell’esistenza. 

Senza timore dell’abisso, quel salto nel vuoto che solo chi sente di non avere più nulla da perdere, riesce a compiere con disinvoltura. La sua più grande paura fu quella di perdere Diego, e Diego fu il “complice spirituale” più potente che la sua anima potesse mai scegliersi (lui la tradì ripetutamente con varie donne tra cui la sorella di lei, ma la loro relazione alla fine durò oltre 20 anni).

È lecito inventare dei verbi nuovi?
Voglio regalartene uno:
io ti cielo, così che le mie ali possano distendersi smisuratamente, per amarti senza confini.
(versi dedicati a Diego)

Frida fu costretta dalla durezza del suo daimon a prendere fin troppo presto coscienza di se stessa, della sua faccia con le sembianze di Tehuana, del suo corpo fatto a pezzi, della sua colonna vertebrale frantumata, della sua femminilità scalfita da tre aborti e un’amputazione di una gamba.

Perché studi così tanto? Quale segreto vai cercando?
La vita te lo rivelerà presto.
Io so già tutto, senza né leggere né scrivere.
Poco tempo fa, forse solo qualche giorno fa, ero una ragazza che camminava in un mondo pieno di colori, di forme chiare e tangibili…
Tutto era misterioso e qualcosa si nascondeva; immaginare la sua natura per me era un gioco.
Se tu sapessi com’è terribile raggiungere tutta la conoscenza all’improvviso…come se un lampo illuminasse la terra!
Ora vivo in un pianeta di dolore trasparente come il ghiaccio.
È come se avessi imparato tutto in una volta, in pochi secondi.
(da una lettera ad Alejandro Gòmez Arias, 1929)

Moses (1945)
Moses (1945)

Frida è stata, da questo punto di vista che certo è controintuitivo a una lettura superficiale, una “privilegiata” e lo spessore impetuoso e impietoso che le sue opere emanano non può che nascere da questa tensione al trascendente che, volente o nolente, lei stessa si è trovata a dover decifrare con tutte le risorse che aveva non tanto nel corpo tumefatto, debole, “Giuda traditore” come lo definiva in preda allo sconforto, bensì nell’anima, in quel serbatoio di visioni che nessuno poteva intaccare, in quell’anelito all’insondabile matrice di tutte le cose che in fondo rimaneva la sola ancora di salvezza per una donna a cui la vita tolse anche l’ultimo dei suoi desideri: diventare madre. 

Una donna amputata nella libertà corporale fin da giovanissima che subisce anche la menomazione alla sua vocazione materna. Di nuovo, il daimon ha cospirato affinché la grandezza per la quale Frida era destinata venisse fuori, “tutto in una volta, in pochi secondi”. Nessuna commiserazione, non poteva essere altrimenti. E Frida, che tutto era fuorché ingenua, questo lo sapeva, nonostante l’umano cedimento a momenti di nero sconforto.

Se i suoi quadri spiazzano è proprio perché sgorgano vita anche dove ci sono tracce di sangue, urlano di piacere anche dove ci sono echi di morte, sfoderano ironia e nonsense anche dove sembra dominare un crudo e insopportabile realismo. Ecco perché sono “bombe avvolte in nastri di seta”, come ebbe a definirli magistralmente Andrè Breton, il padre del surrealismo. 

Ecco perché Frida ha raggiunto l’immortalità diventando una icona che oggi ispira qualsiasi cosa: dagli abiti di moda al design delle case. Perché lei ha incarnato alla perfezione il suo daimon, lasciando che la vocazione alla morte prematura e il richiamo al suicidio intonassero alla fine l’ottava superiore dell’inno alla vita: otto giorni prima di morire, a 44 anni, Frida firmò il suo ultimo quadro e lo intitolò “Viva la vida”.  

Ma talmente alto il prezzo da pagare che, a conclusione della sua esistenza terrena avvenuta ufficialmente  a causa di un’ “embolia polmonare”, Frida salutò il mondo con le famose parole “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”.
Viva la vida (1964)
Viva la vida (1964)

Frida, che credeva nella reincarnazione (o piuttosto, la temeva), che dialogava con gli spiriti della natura fino a fondersi in essi un po’ prostituta un pò sciamana, che celebrava continuamente il suo Diego “panzon” come parte solare volitiva del suo femmineo lunare Yin, che esasperava volontariamente i tratti della sua mexicanidad (baffi inclusi) perché con essa si univa idealmente e carnalmente alla Madre Terra vedendola come primo e ultimo rifugio di ogni Creazione, che vaticinava il sincretismo delle religioni vagheggiando una nuova spiritualità intrisa di eros e salvezza, che riusciva a parlare ai suoi arti amputati dicendo: “che mi servite, se ho le ali per volare?” 

Frida, che visse nella sua presenza a tratti ingombrante con impeccabile lucida follia, non aveva bisogno di tornare. Perché in fondo ad ogni tinta di pennello che la sua mano impavida seppe disegnare, sembrava esserci scritto per inciso, in qualche codice misterioso eppure tangibile: missione compiuta.

“L’angoscia e il dolore. Il piacere e la morte non sono nient’altro che un processo per esistere”  (Frida Kahlo)

About Sandu Trica

Mondo Tempo Reale è il blog che dal 2010 vi racconta le notizie più incredibili, strane, curiose e divertenti: fatti imbarazzanti, ladri imbranati, prodotti assurdi, ricerche scientifiche decisamente insolite.
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