Clima, ecco perché l'accordo di Parigi è un traguardo storico



Il 12 dicembre i delegati di quasi 200 paesi hanno stretto un patto che promette di cambiare per sempre i destini del mondo
di Craig Welch

Il mondo si è unito. Dopo oltre vent'anni da quando i leader mondiali cercarono per la prima volta di trovare un accordo per fermare il cambiamento climatico, i rappresentanti di 195 nazioni hanno finalmente concordato i termini per ridurre le emissioni di gas serra e il ricorso ai combustibili fossili.

"È raro avere nella vita la possibilità di cambiare il mondo", ha detto ai delegati il presidente francese Francois Hollande prima della decisione finale, giunta nella serata del 12 dicembre. Una volta raggiunto l'accordo, il segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon ha dichiarato: “Ciò che una volta era impensabile, ora non si può più fermare".

Una maratona di due settimane di incontri, partita con grandi speranze, si è conclusa con un patto estremamente ambizioso. Le sue 31 pagine impegnano le nazioni più ricche a versare miliardi di dollari a quelle più povere affinché possano combattere l'innalzamento del livello del mare e il clima estremo, e richiama tutti i paesi a iniziare rapidamente il passaggio verso l'utilizzo di energie pulite.

Ciò che resta da vedere adesso è quanto diligentemente i vari paesi terranno fede agli impegni presi, e con quanta decisione gli obiettivi verranno perseguiti. Ma la strada futura è stata tracciata: i rappresentanti sembrano molto orgogliosi degli sforzi intrapresi, e persino i più scettici fra gli ambientalisti hanno speso parole di apprezzamento per l'audacia che contraddistingue gran parte dell'accordo.

L'ex vicepresidente degli USA Al Gore ha commentato: "Negli anni a venire, i nostri nipoti ripenseranno al coraggio dell'umanità nell'affrontare la crisi del clima, e guarderanno al 12 dicembre 2015 come al giorno in cui la comunità delle nazioni ha deciso finalmente di agire".

Ecco in sintesi alcune delle sorprese contenute nel patto, chi ci ha rimesso, il significato dell'accordo, e dove ci porterà.

SORPRESE

1,5 gradi

Oltre al fatto già sorprendente che si sia trovato un accordo, forse nulla era più inatteso dell'audacia della sua portata. La conferenza aveva come obiettivo l'adozione di misure che limitassero l'aumento delle temperature globali a due gradi centigradi; l'accordo invece prevede che l'aumento venga contenuto "ben al di sotto dei 2 gradi" e che "vengano compiuti sforzi" per fermarlo a 1,5 gradi.

Dati i fallimenti degli anni passati, pochi delegati si sarebbero attesi una dichiarazione così forte. Cosa è cambiato? La realtà scientifica. Le ultime ricerche indicano infatti che l'innalzamento del livello dei mari, soprattutto per paesi del Pacifico come le Isole Marshall o Kiribati, potrebbe spazzare via intere nazioni anche se l'aumento delle temperature dovesse limitarsi a 2 gradi.

Anche se il limite dei 1,5 gradi non è legalmente vincolante, è un elemento dell'accordo "che contribuirà ad accelerare tutte le azioni che verranno intraprese", commenta l'attivista Liz Gallagher di E3G, un'organizzazione internazionale che promuove il passaggio alla sostenibilità.

Nazioni insulari

Un'altra sorpresa è il peso acquistato nelle trattative da varie nazioni del Pacifico o da paesi relativamente piccoli e in via di sviluppo, come il Sudafrica, che con unità e coerenza hanno tradotto in pratica il loro sdegno formando una coalizione inimmaginabile solo pochi anni fa. Le nazioni più industrializzate, come gli Stati Uniti o alcuni paesi della UE, si sono unite alle loro pressanti richieste di azioni più incisive. Il gruppo si è autobattezzato Higher Ambition Coalition, e i delegati entrati in sala durante l'ultimo incontro indossavano sul bavero fronde di cocco.

Prima che i delegati iniziassero a discutere il documento finale, Tony de Brum, ministro degli Affari Esteri delle Isole Marshall, ha postato su Twitter una propria foto mentre culla un neonato commentando: "Il mio decimo nipote. Ecco per chi lotterò oggi".

Obiettivi più ambizioni

Prima di arrivare a Parigi, 187 paesi - che insieme emettono oltre il 90 per cento di tutto il gas serra di origine antropica - avevano presentato piani per ridurre le loro emissioni nei prossimi decenni. Quei piani non si avvicinavano neppure lontanamente all'obiettivo di ridurre il riscaldamento a 2 gradi, per non parlare di 1,5. Anzi: due centri studi, uno tedesco, l'altro legato al Massachusetts Institute of Technology, avevano calcolato che anche rispettando alla lettera quei piani l'aumento delle temperature sarebbe stato tra i 2,7 e i 3,5 gradi.

Sabato 12 dicembre i delegati hanno concordato che le varie nazioni devono raggiungere e superare quegli obiettivi ben prima di quanto si pensasse. A iniziare dal 2018, i delegati dovranno reincontrarsi per valutare i progressi fatti, e da parte di molti si attendono nuovi, ancora più ambiziosi piani entro il 2020. L'idea di base è che l'accordo appena raggiunto e i progressi tecnologici possano cambiare così radicalmente il mercato delle rinnovabili da far sì che molte nazioni possano affrontare la transizione in modo più rapido e persino più economico del previsto.

PERDENTI

I combustibili fossili

A metà dello scorso decennio, dopo anni di tentativi falliti, il passaggio a forme di energia più pulita era giunto a uno stallo. Negli ultimi ha conosciuto una ripresa, ma quasi nessuno si sarebbe aspettato che l'accordo raggiunto a Parigi si esprimesse in maniera così netta a favore di un abbandono totale dei combustibili fossili. Il documento parla di raggiungere il "picco" delle emissioni in pochi anni, e in seguito arrivare all'obiettivo delle zero emissioni nei decenni successivi, anche affidandosi a tecnologie che sottraggano carbonio dall'atmosfera.

Ma ciò che sembra chiaro, soprattutto, è che il mondo si è riunito a Parigi con la consapevolezza della necessità di lasciarsi alle spalle l'era dei combustibili fossili, come si può constatare nell'insistenza per limitare a 1,5 gradi l'aumento delle temperature globali. Per dirla con Kumo Naido di Greenpeace, "basterà solo quel numero per gettare nel panico consigli di amministrazione di compagnie petrolifere e governi esportatori di petrolio".

Arabia Saudita

Il gigante petrolifero è stata una delle parti più contrarie a qualunque accordo sul clima, spesso usando la propria influenza in Medio Oriente per allontanare altri dal tavolo delle trattative. L'Arabia Saudita, mentre da una parte partecipava alle trattative a Parigi, dall'altra creava ostacoli, cercando di matenere la propria posizione di principale fornitore di energia mondiale.

Oggi, con il prezzo del petrolio ai minimi e con un'economia in crisi, l'Arabia Saudita si troverà ad affrontare una transizione drammatica come poche altre.

VINCITORI

Gli ambientalisti

Negli ultimi anni, gli ambientalisti come l'ex scienziato della NASA James Hansen o Bill McKibben hanno attaccato i combustibili fossili in ogni modo, opponendosi alla costruzione dell'oleodotto Keystone XL tra Canada e Stati Uniti e all'esportazione di carbone dai porti del Pacifico all'Asia, vincendo alcune battaglie e perdendone altre. Gli scettici hanno spesso affermato che le battaglie individuali non avrebbero fatto la differenza, ma gli ambientalisti non si sono arresi. Hanno continuato ad affermare che i combustibili fossili devono restare dove sono (ossia sotto terra) perché il mondo sia al sicuro. La loro strategia ha contribuito a tenere viva l'attenzione sul cambiamento climatico e oggi, a quanto pare, i rappresentanti di quasi 200 paesi sembrano finalmente d'accordo con loro.

Chi ha investito nell'energia

Passare da un mondo dominato dai combustibili fossili a quello delle energie pulite non è né facile né semplice. E per molti esponenti del mondo degli affari è stato complicato capire dove investire i propri sforzi e il proprio denaro. Dai gestori dei fondi d'investimento, alle banche, ai finanziatori dell'energia, molti hanno chiesto di avere qualche risposta chiara su quale fosse la direzione da intraprendere. Alcuni hanno appoggiato le battaglie per abbandonare gli investimenti nel carbone e negli altri combustibili fossili, pur dovendo rispondere ai loro azionisti. Avevano bisogno di assicurazioni che abbandonare questo tipo di investimenti fosse una mossa saggia. Ora, finalmente, hanno avuto la risposta che attendevano.

"Volevano un segnale che indicasse la strada da intraprendere verso l'economia del futuro", dice Michael Jacobs, esperto di New Climate Economy, che lavora con la Banca Mondiale e altri enti per stimolare il passaggio alle rinnovabili. "L'accordo è il segnale che il mondo si sta avviando in maniera irrevocabile e irreversibile verso una diminuzione delle emissioni. È straordinario".

Il governo francese

Durante tutta la settimana, i delegati e i negoziatori hanno continuato a lodare il presidente francese Francois Hollande e il ministro degli Affari Esteri Laurent Fabius per il modo in cui sono stati condotti i negoziati. Dove altri hanno fallito, i francesi hanno trovato il modo di dare soddisfazione anche alle nazioni che si trovavano in maggiori difficoltà; ma hanno anche esercitato enormi pressioni affinché si arrivasse a un accordo, continuando a ricordare fino a un momento prima della firma che i nostri figli e nipoti non avrebbero mai dimenticato questo giorno se i negoziati fossero falliti.

Roger Harrabin, analista della BBC, aveva detto all'inizio delle trattative che Fabius "ha dato del tu a tutti i delegati per creare l'atmosfera di una famiglia decisa a risolvere un problema comune. Se riuscirà a portare a termine la sua straordinaria missione, che riguarda le politiche e le economie di tutte le nazioni del mondo, verrà ricordato come un grandissimo diplomatico”.

http://www.nationalgeographic.it/

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Mondo Tempo Reale è il blog che dal 2010 vi racconta le notizie più incredibili, strane, curiose e divertenti: fatti imbarazzanti, ladri imbranati, prodotti assurdi, ricerche scientifiche decisamente insolite.
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