Quel controverso volo del falco



L'antica arte della falconeria: tradizione da salvare o pratica deprecabile? Un'iniziativa in Toscana riapre la polemica

Che rapporto c'è tra un falconiere e il suo rapace? C’è una relazione di mutuo affetto e rispetto come con un cane o un gatto o una di sfruttamento e sopruso da parte dell’uomo? L’antica arte della falconeria è davvero un mezzo di espressione dell’ingegno umano o una barbarica pratica medioevale da abbandonare? I pareri in proposito sono molto discordi e possono portare a discussioni dai toni molto accesi.

È quanto per esempio sta avvenendo in questi giorni al Museo di Storia Naturale di Calci, afferente all’università di Pisa: i tre eventi di falconeria organizzati dal museo nel corso dei mesi di aprile e maggio hanno sollevato infinite polemiche, e non da animalisti estremisti ma da parte di ornitologi, naturalisti, associazioni ambientaliste come il WWF e la LIPU, studenti di ecologia della stessa università e il pubblico del museo da un lato, e Federcaccia e il museo dall’altro.

Malgrado molte voci abbiano chiesto l’annullamento delle esibizioni, tenute dall’associazione Falconieri del Granducato di Toscana, il direttore del museo, Roberto Barbuti, professore di Informatica ed esperto di modelli computazionali presso lo stesso ateneo, ha preferito mantenere inalterato il programma.

I motivi delle proteste sono essenzialmente due. Il primo è che la falconeria è una pratica venatoria ritenuta da molti inappropriata, che, si afferma, non dovrebbe essere promossa da una struttura statale deputata alla conservazione e all’educazione al rispetto della natura.

Fulvio Mamone Capria, presidente della LIPU, non esita a condannare l’evento: “Riteniamo la falconeria anacronistica, diseducativa e contrastiamo le manifestazioni e le attivitá con l'uso dei rapaci. Siamo sorpresi che il Museo si sia prestato a questo evento che allontana i cittadini dal rispetto della natura per un uso privatistico e possessivo degli uccelli, utilizzandoli come zimbelli per il divertimento di pochi. Non c'è nulla di formativo nel far volare rapaci ammaestrati e tenuti in cattività. Noi educhiamo i giovani al birdwatching e alla protezione dei nidi, questo è il futuro, non le manifestazioni medioevali riproposte ai giorni nostri con lo sfruttamento di animali incapucciati”.

Il biologo Andrea Sforzi, direttore del Museo di storia Naturale della Maremma e quindi “collega” e “vicino” di Roberto Barbuti, smorza i toni ma sottolinea che il ruolo dei musei trova la sua naturale applicazione in attività di citizen science che stimolino nel pubblico, sempre più “urbanizzato”, l’osservazione in natura di animali e piante e lo guidino verso i principi della ricerca scientifica e dell’educazione ambientale, piuttosto che verso l’osservazione di animali ammaestrati e in cattività.

Il secondo motivo è che la falconeria è una pratica molto discussa perché ha contribuito a portare alcune specie di rapaci sull’orlo dell’estinzione. Per addestrare gli animali alla falconeria si usava in passato prendere le uova dai nidi e imprintare sul falconiere i pulcini appena nati, utilizzando il noto meccanismo studiato da Konrad Lorenz in base al quale gli uccelli identificano la madre in un oggetto o persona che vedono in una fase cruciale subito dopo la nascita.

Inquinamento, distruzione dell’habitat, riduzione delle prede sono ulteriori concause che hanno portato al crollo delle popolazioni dei rapaci usati in falconeria, per cui al momento la legge italiana consente a falconieri regolarmente dotati di licenza di caccia di utilizzare solo uccelli nati in cattività e dotati di un regolare certificato CITES. Questo purtroppo non frena i bracconieri, come denuncia un recente comunicato del WWF. Alla fine di marzo ad esempio è stato bloccato dai Carabinieri forestali un traffico di pulli di falco pellegrino tra Urbino e Arezzo e destinato al mercato della falconeria.

Di aquile del Bonelli in Italia ne restano solo 28 coppie, tutte nidificanti in Sicilia, dove si riproduce anche l’80% della popolazione italiana di falco Lanario. Per proteggere le nidificazioni, grazie a un investimento dell’Unione Europea, 50 nidi vengono monitorati continuamente con fototrappole e cannocchiali. La mancanza di un certificato CITES non sembra costituire un problema, visto che se ne fabbricano facilmente di contraffatti, utilizzando certificati di animali morti al costo di 2000 euro a falso. I prezzi di mercato, del resto, sono vertiginosi: una coppia prelevata illegalmente di aquile del Bonelli può costare 6-8000 euro, ma anche il triplo se provvista di certificato falso, mentre un gipeto (un avvoltoio) con certificato riciclato arriva o supera i 20.000 euro. I rapaci sono animali molto ambiti in tutto il mondo, ma in particolare i paesi arabi hanno una predilezione per la falconeria, dove l’impiego dei falconi per la caccia rappresenta una tradizione antica ed un vero e proprio status symbol della classe agiata.

E questo ci porta a un altro aspetto interessante della querelle: la falconeria è considerata dal 2016, malgrado le proteste di Birdlife International e in Italia della LIPU, patrimonio culturale immateriale dell’umanità da parte dell’UNESCO in 18 paesi tra cui l’Italia, grazie a una candidatura fortemente voluta e appoggiata dagli Emirati Arabi Uniti. “I falconieri”, si legge nel comunicato dell’UNESCO, “addestrano, fanno volare e riprodurre i rapaci seguendo le proprie tradizioni e principi etici”, che pertanto andrebbero conservati e rispettati come patrimonio culturale. Principi purtroppo non necessariamente condivisi dagli ornitologi e dai moderni esperti della conservazione.

Il direttore del Museo di Calci ha rilasciato tuttavia un comunicato in cui rassicura pubblico ed esperti di conservazione di essersi rivolto “a una delle associazioni più virtuose e rispettate d’Italia”, il cui presidente è anche “segretario nazionale dei Falconieri Professionisti (SIPAF – Federfauna). Si tratta di un sindacato che, sin dalla sua fondazione, si è distinto per la strenua lotta contro il bracconaggio in qualsiasi forma”. Ritiene infatti che “è più formativo l’incontro con un animale vivo e confidente, o anche solo la sua vista, dello studio accademico, della visione di documentari o delle lezioni frontali, per quanto accompagnate da immagini”.

Alcuni esperti di conservazione e semplici appassionati si chiedono però perché la falconeria sarebbe preferibile per esempio al rilascio in natura di un rapace riabilitato da un centro di recupero, e si interrogano se sia opportuno che un museo di storia naturale faccia da cassa di risonanza a un’attività che ancora oggi alimenta il prelievo di pulcini di specie a rischio: malgrado la serietà dell’associazione coinvolta, i fatti dimostrano purtroppo quanto altri “imitatori” siano meno seri.

Per ora resta quindi materia delicata e controversa, che forse sarebbe da tenere al margine della sfera educativa pubblica.

http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2017/04/10/news/falconeria_pratica_medioevale_o_patrimonio_dell_umanita_-3488400/

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