Come viveva il superlatitante Matteo Messina Denaro

Matteo Messina Denaro da giovane e una ricostruzione di come potrebbe essere oggi 
Pizzini, caviale, puzzle e videogiochi. Per la prima volta ecco gli oggetti trovati vent’anni fa nell’unico covo mai scoperto dell'erede di Totò Riina. Visti oggi ci raccontano qualcosa in più sul boss

PALERMO. In frigo teneva una confezione di caviale. Nella dispensa salse austriache, un barattolo di Nutella e due bottiglie di liquore. Doveva avere una gran fretta l’ospite di un piccolo appartamento nel centro di Aspra, borgo marinaro alle porte di Palermo. Aveva lasciato un puzzle sul tavolo. E in un cassetto, una stecca di sigarette Merit, un foulard e un bracciale da donna comprato in una gioielleria molto in vista della città (evidentemente, non aveva avuto il tempo di regalarlo). Indizi chiarissimi di una fuga improvvisa, rimasti immortalati in alcuni scatti mai visti, che in questi anni sono rimasti custoditi gelosamente in un archivio blindato del Palazzo di giustizia. Quell’ospite andato via in tutta fretta era Matteo Messina Denaro, «l’erede» come lo ha sempre chiamato il capo di Cosa nostra Totò Riina, il mafioso che scandì il 1993 di bombe, fra Roma, Milano e Firenze. Quattro anni dopo si nascondeva in quell’appartamento al secondo piano di via Milwaukee 40, una palazzina come tante, in un paese dove le stradine sembrano tutte uguali. È l’unico covo di Messina Denaro che sia stato mai scoperto in 24 anni di latitanza, ormai diventata una beffa per l’Antimafia.

La storia del giovane boss in carriera sarebbe potuta finire lì, in quella via Milwaukee, omaggio dei pescatori di Aspra ai parenti emigrati. E la leggenda dell’ultimo fantasma di Sicilia non sarebbe mai nata. Perché la pista dei poliziotti della Criminalpol diretta da Santi Giuffrè era quella giusta. Perché la donna che veniva pedinata in modo discreto, Maria Mesi, era davvero l’amante del padrino di Castelvetrano: «Il 30 aprile 1997, alle 23.30, camminava palesemente travisata» scrivevano gli investigatori Carmelo Marranca e Marcello Russo nel loro rapporto, «cappello, occhiali e mantella, di cui si liberava appena voltato l’angolo». In via Milwaukee, la donna arrivava soprattutto nel fine settimana. Poi, all’improvviso, non si vide più nessuno. A dicembre, i poliziotti entrarono nella casa, piazzarono cimici e telecamere. Ma non intercettarono niente, perché nessuno più aprì la porta. Non restò che fotografare gli indizi rimasti. Da chi Messina Denaro aveva saputo? E come era riuscito ad allontanarsi?

Gli scatti mai visti di quel covo restano delle tracce interessanti per provare a dare forma a quello che è ormai diventato un fantasma. Messina Denaro che porta le bretelle rosse e un foulard leopardato. Eccentrico e vanitoso. «In quel periodo indossava abiti Versace e Armani», ha raccontato il pentito Vincenzo Sinacori. Messina Denaro che gioca a Nintendo: era una fissazione dei sicari di Riina, anche Giovanni Brusca, il boia di Falcone, passava ore davanti al monitor. Messina Denaro seduttore: le salse erano un regalo di un’altra amante, l’austriaca Andrea H. Messina Denaro maniacale, che aveva spinto Maria Mesi a mandare una lettera alla casa produttrice dei puzzle per recuperare un «pezzo mancante».

Il vero pezzo mancante oggi resta lui, diventato impegno prioritario per il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e per il suo pool, formato dall’aggiunto Paolo Guido e dal sostituto Carlo Marzella. Due squadre di polizia e carabinieri continuano a cercare tracce utili. L’ultima, porta a Marsala. «Chiddu d’abbanna si trova in zona», diceva il mafioso Nicolò Sfraga, intercettato. Quello di là si trova in zona. Ma dove? Rimane un fantasma. Quasi venerato dalla sua famiglia-clan. Bisogna leggere i pizzini che gli spedivano, proprio nei mesi di Aspra, per capire davvero l’uomo e il mafioso. Furono sequestrati dai carabinieri nelle tasche di un fidato postino.

«Ho saputo che tua figlia la battezzerà Rosetta, è giusto, è la maggiore delle sorelle», scriveva Patrizia, sorella del boss, da qualche anno in carcere. «Spero che a me permetterai di cresimarla, vorrei tanto avere uno dei tuoi figli come figlioccio». Quella figlia Matteo non l’ha mai incontrata, così ha raccontato lui stesso qualche anno fa in un altro biglietto. Scriveva ancora Patrizia: «Ho saputo da mia suocera che “testa grossa” la sera che ha fatto trovare il tesoro ha detto agli sbirri che ti avrebbe fatto arrestare, perché ti trovavi da una famiglia a Campobello, ma fortunatamente tu non c’eri». Vita di famiglia e vita di mafia si intrecciano, all’ombra dei pentiti. «Qualsiasi cosa voglia inventare “testa grossa” a noi non interessa, siamo e resteremo gente onesta e perbene».

La sorella Giovanna lo chiamava bocconcino. «Franca sta bene» le scriveva della compagna, incinta. «La cosa che mi rattrista di più è che tu in un momento così bello non possa starle vicino. Abbiamo già preparato il borsone di tua figlia, con tanto amore, tutto è sistemato nella tua stanza». Parole di una vita normale, che normale non era. In quei mesi, Messina Denaro era già un killer. E con reverenza gli scriveva il fratello Salvatore. «Quanto mi addolora sapere che tu per colpa di altri non stai bene. Tu pensa a stare un po’ tranquillo perché io non ti tradirò mai, anche se non te l’ho mai dimostrato quando tu mi hai detto di fare qualcosa e non ti ho ascoltato. Ti voglio chiedere di perdonarmi, sei l’unica persona in cui credo e che mi dà la forza di vivere». Anche il cognato Saro Allegra gli ribadiva la sua stima: «Fra me e te non ci sono obblighi, noi apparteniamo a quella casta di nobiltà (d’animo) che si acquista con la nascita». Messina Denaro, quattro quarti di nobiltà mafiosa.

http://www.repubblica.it/venerdi/articoli/2017/08/21/news/fotografie_di_un_assenza_come_vive_un_fantasma-173516504/

About Sandu Trica

Mondo Tempo Reale è il blog che dal 2010 vi racconta le notizie più incredibili, strane, curiose e divertenti: fatti imbarazzanti, ladri imbranati, prodotti assurdi, ricerche scientifiche decisamente insolite.
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