Leoni mangiatori di uomini, caso risolto?

Il colonnello Patterson posa accanto ad uno dei leoni, appena ucciso, responsabile delle morte di molte persone nel 1898. Fotografia per gentile concessione del Field Museum
Analizzando i denti dei famosi leoni di Tsavo, gli scienziati hanno trovato delle sorprese. Forse ora sappiamo perché a fine Ottocento attaccarono e mangiarono 35 persone

“Ho un ricordo molto vivido di una notte in particolare, quando le due bestie agguantarono un uomo dalla stazione ferroviaria e lo portarono vicino al mio accampamento, per divorarlo. Potevo sentirle distintamente mentre sgranocchiavano le ossa, e il terribile suono delle loro fusa che riempiva l’aria è risuonato nelle mie orecchie per giorni”. Tenente colonnello John Henry Patterson, The Man-Eaters of Tsavo: And Other East African Adventures

Questo agghiacciante racconto narra di quando due leoni africani terrorizzarono i lavoratori che stavano costruendo una ferrovia a Tsavo, in Kenya, oltre un secolo fa, uccidendo e mangiando 35 di loro. Ma come e perché questi felini diventarono dei “mangiatori di uomini” è ancora oggi una questione molto dibattuta.

Alcuni esperti, ad esempio, hanno suggerito che il motivo fosse la mancanza di prede causata dalla siccità e da un’epidemia, nel tardo 1800, che avrebbe costretto i leoni a nutrirsi di persone per disperazione. Eppure quella teoria ha una falla: dei leoni ridotti alla fame avrebbero dovuto sfruttare il massimo da ogni pasto, mangiandosi le ossa umane e tutto il resto.

Ma nonostante Patterson ricordasse il suono di ossa sgranocchiate, una nuova analisi dei denti dei leoni non ha trovato prove che avessero divorato ossa umane.

Il team di ricerca di Larisa DeSantis, paleoecologa della Vanderbilt University, ha sfruttato una tecnologia di imaging in 3D per fare una mappatura microscopica della superficie dei denti di quei leoni di Tsavo. Quando Patterson e altri cacciatori riuscirono infine a sparargli, i due animali furono portati al Field Museum of Natural History di Chicago dove si trovano tuttora. Il gruppo di scienziati ha anche studiato i denti di un altro leone che nel 1991, in Zambia, ha attaccato almeno sei persone.

Secondo l’ultimo studio, pubblicato il 19 aprile su Scientific Reports, le microfotografie dei denti dei tre animai non presentano i caratteristici picchi e le scanalature che si trovano nei denti di predatori che sgranocchiano ossa regolarmente, come le iene. Si tratta invece di denti lisci, simili a quelli dei leoni che vivono negli zoo e che mangiano cibo morbido come la carne bovina.

Questo significa che i leoni non attaccavano i lavoratori come ultima risorsa, ma più probabilmente stavano integrando la loro dieta con qualche umano. “Spesso ci consideriamo in cima alla catena alimentare, quando in realtà siamo stati a lungo sul menu dei leoni e dei grandi felini in generale”, commenta DeSantis

Una questione di denti

Un altro elemento ha reso la soluzione del caso ancora più complessa: malattie e problemi della dentatura.
Uno dei leoni di Tsavo aveva un canino rotto e un ascesso che probabilmente ha causato la perdita di molti altri denti circostanti, fa notare Paul Emily, fondatore della Peter Emily Veterinary Dental Foundation. Allo stesso modo, il leone dello Zambia aveva una frattura alla mascella così grave che la pelle si era lacerata. La ferita, probabilmente, sgocciolava in continuazione.

I leoni si affidano ai denti per afferrare la preda e soffocarla o farne collassare la trachea. Questo utilizzo continuo fa sì che circa il 40% dei leoni africani abbia problemi dentali, come ha mostrato uno studio del 2004 guidato dal co-autore di DeSantis, Bruce Patterson.

Di conseguenza, sia i leoni di Tsavo che quello dello Zambia avrebbero avuto problemi ad aprire la bocca. Il che avrebbe reso molto doloroso, se non impossibile, abbattere una zebra o un bufalo.

Il secondo leone di Tsavo, dice Emily, non aveva problemi ai denti altrettanto gravi. Come DeSantis, anche lui pensa che abbia imparato ad attaccare gli umani dall’altro leone. Tenendo in considerazione queste patologie, aggiunge Emily, la predazione degli umani diventa del tutto ragionevole. “Non abbiamo pelliccia né pelle resistente e la nostra carne è molto facile da mangiare”.

Adattarsi o morire

Gli studi precedenti non erano riusciti a trovare una connessione tra le patologie dei denti e la predazione degli umani, ma molte evidenze suggeriscono che gli animali feriti sono in grado di adattarsi. Anne Hilborn, biologa alla Virginia Tech, dice di aver visto ghepardi feriti convertirsi a prede piccole e lente come giovani gazzelle e lepri, lasciando perdere le gazzelle adulte, gli impala e anche gli gnu che cacciavano abitualmente.

Ma dubita che la strategia funzionerebbe per i leoni. “Una giovane gazzella di passaggio potrà anche tenere in vita un ghepardo, ma credo che per un leone sarebbe ben più difficile”, commenta Hilborn.

Alla fine, secondo DeSantis, è improbabile che un solo fattore - la presenza di molte persone, la penuria di prede o dei denti malati - abbia portato i leoni a mangiare umani, ma che sia stata la combinazione di varie fonti di stress. “Un secolo fa non c’erano le tecnologie per chiarire la questione, ed è probabile che tra un centinaio di anni ce ne saranno di nuove a disposizione”, dice la scienziata. “Il che è una chiara dimostrazione di quanto i musei siano importanti per contribuire a conservare i fossili”.

http://www.nationalgeographic.it/natura/animali/2017/04/27/news/leoni_mangiatori_di_uomini_un_mistero_risolto_-3505763/

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